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In occasione della Giornata della memoria

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27 gennaio 1945 – 27 gennaio 2018

73° anniversario della liberazione del Campo di concentramento di Auschwitz:

Il passato non può assolutamente ridursi ad un fattarello in sé da raccontare solo in apposite giornate, ma deve diventare lo strumento affinché ciò che è accaduto non possa presentarsi mai più sia nel presente che nel futuro. Le nuove generazioni non commettano mai l’errore di giustificare certi episodi storici solo perché presi da un nichilismo profondo e dalla mancanza di una stabilità politica, sociale, economica e sociale. Quello che accaduto ad Auschwitz non dovrà mai più ripetersi, le leggi raziali di Hitler e il fascismo stesso, così come ha ricordato il Presiedente Mattarella, rappresentano una macchia indelebile, così come il fascismo non ebbe meriti’. Occorre quindi custodire il passato affinché “certe pagine” possano essere ricordate e mai dimenticate, senza mai più riportarle in vita. Mai dimenticare le parole di Primo Levi, sopravvissuto alle torture dei campi di concentramento, quando ci ricorda, quasi come un grido d’allarme che: “Auschwitz è fuori di noi, ma è intorno a noi. La peste si è spenta, ma l’infezione serpeggia.”      (L’AUTORE)

 

“Il cammino dell’umanità è purtroppo costellato da stragi, uccisioni, genocidi. Tutte le vittime dell’odio sono uguali e meritano uguale rispetto. Ma la Shoah per la sua micidiale combinazione di delirio razzista, volontà sterminio, pianificazione burocratica, efficienza criminale, resta unica nella storia d’Europa”. Sono state queste le parole pronunciate ieri mattina a Roma dal Presidente della Repubblica Mattarella, in occasione della celebrazione del Giorno della memoria, alla presenza delle varie autorità istituzionali e politiche. Parole che ancora una volta pesano come macigni, parole che sembrano ancora oggi figlie di un passato mai trascorso e vive più che mai. Sono parole che andrebbero lette come un grido d’allarme, come un invito a stare attenti, come se “ricordare” non bastasse realmente a fermare l’avvento di una nuova disumanità, che spoglierebbe l’uomo dal suo ruolo di primo motore all’intero del sistema democratico. Proprio oggi (27.01.2018), riportiamo alla memoria ciò che successe quel lontano 27 gennaio del 1945, quando i soldati dell’Armata Rossa decisero con il loro intervento militare di abbattere definitivamente i cancelli di Auschwitz, liberando i prigionieri sopravvissuti allo sterminio di quel campo nazista. Le truppe liberatrici, entrando nel campo di Auschwitz-Birkenau, scoprirono e svelarono al mondo intero come il “disumano” poteva prendere forma e poteva avere anche un nome proprio nella nostra triste storia: la Shoah. Con la Shoah, più di 6 milioni di ebrei furono deportati e uccisi tramite procedure da far gelare il sangue solo nel ripensarle e riascoltarle – “come autentico sigillo” – anche dalla bocca di chi in quei campi è sopravvissuto e pregava giorno dopo giorno affinché un filo di speranza potesse entrare e cambiare il triste e sanguinoso corso della storia, di una delle pagine più dolorose della nostra storia. In quei campi di sterminio milioni e milioni di uomini e donne, non solo vennero spogliate della loro dignità e quindi della appartenenza al mondo, furono costretti a svolgere – così come da testimonianze – lavori capaci di annientarli sotto ogni aspetto psico-fisico e morale. L’intento era quello di condurli verso quello stato di assoluta inutilità, occorreva renderli dei perfetti “morti viventi” pronti per essere arsi vivi e spazzati via definitivamente, perché “razza” considerata inferiore. In quei campi di concentramento si viveva ogni giorno come se fosse l’ultimo, ogni giorno la fede riposta in qualche Dio sembrava andarsi a sminuire sempre più, le preghiere sembravano ormai inascoltate tanto da mettere in discussione anche il rapporto tra i singoli e la loro stessa fede. Auschwitz si è presentato come quel campo di battaglia dove tutto venne messo in discussione, filosofia e teologia di nuovo in lotta, l’uomo completamente abbandonato da quelle convinzioni fiorite nel corso della sua vita, prima dell’esperienza nei campi di concentramento. Non a caso, il filosofo e scrittore Eliezer Wiesel, premio Nobel per la pace nel 1986, nominato “messaggero dell’umanità” per la tua testimonianza di sopravvissuto nei campi di sterminio, in un suo romanzo autobiografico intitolato “La notte”, pubblicato in prima edizione nel 1958, scrisse in quelle pagine: «Io non digiunai.[1] Prima per far piacere a mio padre, che mi aveva proibito di farlo, e poi perché non c’era più nessuna ragione perché digiunassi. Non accettavo più il silenzio di Dio. Inghiottendo la mia gamella di zuppa vedevo in quel gesto un atto di rivolta e di protesta contro di Lui. E sgranocchiavo il mio pezzo di pane. In fondo al cuore sentivo che si era fatto un grande vuoto.[2]» . Wiesel durante la sua esperienza da prigioniero nei campi di sterminio, avverte l’esigenza di interrogarsi e di mettere in discussione anche la presenza di quel Dio nella vita stessa dell’uomo, come se in quel momento Dio ha preferito restare in silenzio e morire ancora una volta. Tanto è vero che Wiesel scrive ancora una volta: «Dietro di me sentii il solito uomo domandare: Dov’è dunque Dio? E io sentivo in me una voce che gli rispondeva: – Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca…». Anche lo scrittore Primo Levi, autore del romando “Se questo è un uomo” pubblicato nel 1947, diviene strumento autentico di testimonianza e sigillo evidente di quello che è stato per lui quel campo di sterminio. Egli scrive infatti: « Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case,voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici: considerate se questo è un uomo, che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per mezzo pane, che muore per un sì o per un no…». Anche Primo Levi affronta la sua esperienza nei campi di concentramento, mettendo in risalto l’aspetto puramente antropologico e psicologico. Levi è come se dietro quelle sue parole, stesse invitando ognuno di noi a interrogarci sul fatto se Auschwitz stesso è stata una parentesi della storia o qualcosa che può ripetersi. Primo Levi non sta facendo altro che proporre sé stesso e il suo “essere marchiato per la vita” come strumento di riflessione e di collegamento tra il passato e il futuro. Per lo stesso Levi, l’esperienza di Auschwitz può ritornare ed è quindi necessario che la memoria di chi ha vissuto in prima persona quella triste parentesi della storia, possa diventare per molti strumento per prendere coscienza di quello che è accaduto e che gli occhi di chi “per fortuna” non c’era non hanno potuto guardare. Si comprendere che con l’Olocausto si assiste così non solo alla distruzione totale dell’uomo in quanto essere dotato di corpo e spirito, bensì anche alla sua posizione all’interno dell’umanità stessa. L’umanità con l’avvento di Auschwitz verrà fatta fuori per dare vita ad un processo antropologico malato che vedrà in tutto ciò che è disumano il suo inizio. Quel disumano che non ha diritto di esistere, che non ha diritto di manifestarsi ma che con i campi di sterminio ha trovato una sua forma e lo spazio dove potersi affermare sotto il nome di “razza superiore”.  Stiamo ascoltando in questi giorni, anche da parte di chi dovrebbe poi ambire a cariche istituzionali di una certa importanza, come anche la stessa Costituzione parli di “razza” e che quindi sotto l’aspetto puramente logico, solo un tipo di razza dovrebbe essere garantita. Naturalmente parole del genere – che potrebbero essere smontante anche da un qualsiasi studente di giurisprudenza del primo anno – andrebbero prese con molta attenzione, viste le forti instabilità che l’intero sistema democratico sta subendo. Occorre ricordare che la nostra Costituzione non ha mai parlato di “razza”, neanche di “soggetto”, ma solo di “persona”, infatti, i principali articoli della nostra carta costituzionale non fanno della persona qualcosa di astratto, bensì qualcosa di concreto e quindi predisposta al suo libero sviluppo all’interno del sistema democratico (vd. Art.2/3 della Cost.). Il giurista Stefano Rodotà, in uno dei suoi scritti più importanti – “Il diritto di avere diritti” edito da Laterza – parla di costituzionalizzazione della persona. Parlare di ciò significa che l’uomo all’interno della Costituzione non è assolutamente spogliato della sua libertà ma, in quanto persona dotata di dignità propria, egli dovrà essere garantito sia nell’animo che nel corpo (vd. Art.32 della Cost.). Grazie al diritto alla salute, la persona all’intero del sistema democratico, oltre ad essere salvaguardata sotto ogni aspetto psicofisico, non potrà mai più essere separata dal suo essere corpo e anima. Questa parentesi non è solo importante per il discorso che stiamo affrontando, ma poiché ci permette di mettere in evidenza ciò che è stato Auschwitz e cosa ha portato via a quei tanti innocenti, morti solo perché appartenenti ad una “razza impura”. Questa parentesi è importante perché ci ricorda che ogni persona merita il rispetto che merita e non dovrà mai spogliata della sua dignità, della sua libertà di pensiero e soprattutto del suo essere persona capace di essere artefice del proprio destino. Questa parentesi è importante perché ci ricorda che la persona non è un burattino che va guidato a nostro piacimento, bensì nel momento in cui egli entrerà in relazione con gli altri, comprenderà come sia predisposto all’incontro con l’altro, facendo di quest’ultimo lo strumento per darsi una giusta misura e di non cadere nella trappola di trasformare la propria libertà in un delirio di onnipotenza. Questa parentesi è importante perché ci ricorda che tutto questo nei campi di sterminio di Auschwitz non c’è mai stato e che tutte quelle innocenti vittime non vennero mai viste come persone, bensì solo come una singola razza da sterminare al solo costo di dominare. Per questo motivo è necessario che la giornata della memoria, non diventi un semplice “rito” da ripetere in una determinata giornata, bensì – così come disse lo stesso Primo Levi – bisognerebbe guardare l’Olocausto come una pagina del libro dell’Umanità da cui non dovremo mai togliere il segnalibro della memoria. Il giorno della memoria andrebbe ricordato ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, ogni secondo e millesimo di secondo.